Due giorni ad Edimburgo con i Bambini

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Due giorni ad Edimburgo con i Bambini

Per coloro che, come me, vivono in una città importante, capoluogo di regione, magari con uno scintillante passato, magari a forte vocazione turistica, magari lodata ed adorata da tutti, a parole, ma trascurata e bistrattata dei suoi cittadini e dalle amministrazioni, è facile, una volta all’estero, pensare che le altre città sono più belle, più stimolanti, meglio gestite.

Se poi ci si imbatte in una città della stessa misura della nostra, che ha il doppio dei problemi amministrativi (magari ha un parlamento da gestire) e un quinto delle possibilità turistiche, ma che è ben gestita, ben amministrata e senza microcriminalità, con strade pulite e agibili, ecco che l’espressione “città a misura d’umoassume un aspetto concreto ed un nome.
Se a questo punto, la voglia,  un po’ romantica e un po’ fanciullesca, di fuggire si trasforma nella tentazione forte di mollare tutto e trasferirsi, vuol dire che quella città appare più propensa ad offrire un futuro migliore ai propri figli, e magari anche ai tuoi.

Edimburgo con i Bambini
Edimburgo

Sono questi sentimenti che io, cittadina italiana, ho provato dopo due giorni ad Edimburgo, città a media vocazione turistica (a parte il castello e l’architettura, i musei e le attrazioni della città son quasi tutte “costruite”), dalle fortissime pressioni amministrative (la Scozia ha un suo parlamento e un forte orgoglio autoctono) e la capacità di essere totalmente a misura d’uomo.

E pensare che per visitarla ho scelto proprio il periodo peggiore: un marzo freddino e ventoso, con la pioggerellina che di quando in quando ci ha sorpresi e la città totalmente avvolta in cantieri stradali. Per rifare cosa? Non lo so, non ho letto i cartelli. So solo che i lavori sono iniziati 20 giorni fa e stanno finendo, che almeno 20 operai lavorano ogni 300 metri, che l’asfalto delle strade non è tutto buche e rattoppi e che il traffico è scorrevole, con deviazioni chiare, e automobilisti disciplinati.

I parcheggi sono un po’ cari, (2 euro l’ora, per un minimo di 3 ore) ma i posti ci sono, i controlli sono severi, non si parcheggia con 2 ruote in un fosso e una pozza davanti allo sportello (e dire che non fa altro che piovere!)
I bus costano poco. Con 3 euro si viaggi tutto il giorno.
E passano, gli autobus, puntuali e frequenti (10 minuti circa). Doppi, sì, ma per verticale, che insistere a far autobus che sono autotreni nelle città che son tutti vicoli è quantomeno folle.
Puliti, ordinati, profumati e adatti a viaggiare con i bambini. Qui tutti vanno in autobus: mamme con carrozzine (che opportunamente chiuse hanno il loro spazio riservati) signore con la spesa, studenti, lavoratori, pensionati, disabili.

Il centro storico è chiuso al traffico. Tutto il traffico, e chi ha deciso di prendere casa al suo interno lo sa e non ha la macchina.
Poche regole, chiare. Rispettate.

Edimburgo con i Bambini
Edimburgo con i Bambini

Il parco, il grande lago prosciugato ai piedi del Castello, è un meraviglioso giardino verde. Percorso da file e file di panche di legno. Sono un dono dei cittadini. In memoria dell’amata moglie, del caro fratello, del cittadino illustre. Piccole targhe d’ottone raccontano piccole storie, come nelle panche in chiesa. E come nelle panche in chiesa non c’è in graffio, un graffito, una scritta. Ma siamo in un parco pubblico: a cielo aperto.
Proprio sotto il castello c’è il parco giochi per i bambini. Pulito e ordinato. E lì vicino le aree per gli spettacoli che d’estate animano la città richiamando più turisti e allietando i cittadini.

Ogni tre passi, lungo tutte le strade della città vecchia come della nuova, ci sono tre cestini della spazzatura (svuotati regolarmente) con posacenere.
Per terra è impossibile trovare una cicca, figuriamoci escrementi di cane.
Ogni angolo della città è organizzato con rampe: dai giardini al Castello, dalle strade alla Nave Reale Britannia. Edimburgo è una città medioevale, ma proiettata al futuro: per davvero. Il rispetto per i suoi abitanti meno importanti (bambini in carrozzina e disabili) lo dimostra.

Nell’ agosto del 2007 un editoriale di Beppe Severgnini, grande giornalista e grande viaggiatore, titolava: “I figli che noi vorremmo? Indipendenti e Curiosi. Imparino ad Edimburgo”.

Non so come sia l’istruzione in Scozia, dubito sia peggiore di quella italiana. Non so se la gente di Edimburgo è felice: so che sorride, ti chiede da dove vieni, se ti trovi bene e se può aiutarti. (e intanto tu pensi ai grugniti dei guardiani dei nostri musei e ai telefoni sbattuti in faccia alle asl mentre vuoi prenotare un vaccino).
Non so se la gente ad Edimburgo vorrebbe più sicurezza. So che non ho visto bambini a strasciconi per le strade a chiedere l’elemosina, e che ho lasciato la macchina fotografica incustodita ai giardini pubblici, che tutte le persone erano scozzesi integrati, anche se la loro pelle e i lineamenti dicevano: India, Africa, Est.

Quando si torna da un viaggio la malinconia per i posti appena visti rimane ferma in un angolo del cuore, ma per la prima volta, in più di 30 anni, il desiderio non è stato quello di tornare in visita. Il desiderio, la tentazione è stata quella di tornare “per sempre” di mandare all’aria tutto e ricominciare in una città europea. Per la bellezza della città, per il senso di sicurezza che da, per l’immagine di un’organizzazione vera. Per me, ma sopratutto per i miei figli.

Perchè Edimburgo è come vorremmo che fosse casa nostra.

 
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